La doccia fredda dall'Eurogruppo, la 'bomba' ex-Ilva, la prescrizione: tre mine per il governo

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Giornata molto delicata per il governo giallorosso che - già in fibrillazione per lo scontro durissimo tra M5s e Pd sullo stop alla prescrizione, uno scontro al limite della crisi con l'evocazione da parte del Pd del voto anticipato - ha dovuto incassare un paio di brutti colpi: la doccia fredda proveniente dall'Eurogruppo sul Mes - "Ormai è fatta, non c'è motivo di riaprire il discorso, nessuna ragione per cambiare il testo" ha detto il presidente, il portoghese Mario Centeno - e la sortita inaspettata dell'Arcelor-Mittal  che al tavolo con ministro Patuanelli - il titolare del Mise si è detto "deluso e stupito" - e sindacati ha annunciato il suo piano industriale per l'ex-Ilva. Un piano che, partendo dalla perdita di un milardo nell'ultimo anno, prevede ben 4700 esuberi entro il 2023. Il piano è stato bocciato e definito subito inaccettabile dai sindacati che hanno proclamato uno sciopero per il 10 dicembre. Due patate bollenti, due bombe a orologeria, che scuotono l'esecutivo con le opposizioni a soffiare sul fuoco e pronte a sfruttare l'occasione dell'evidente contrasto tra i due alleati di governo, Cinquestelle e Pd. Il fatto che il Mes non sia modificabile salvo piccoli aggiustamenti prima della firma prevista per l'inizio del 2020 (perchè - hanno spiegato a Bruxelles - i paesi dell'Eurogruppo hanno già detto un sì politico nel giugno scorso, quando era in carica il governo gialloverde) mette in seria difficoltà Conte che aprirebbe volentieri ad un rinvio ma sul piano interno deve preoccuparsi della dura presa di  posizione di Di Maio che in sostanza dice le stesse cose di Salvini. Il capo politico M5s, spalleggiato da Di Battista ha tuonato: "Se il Mes resta quello, inemendabile, non lo firmo" indispettendo ancora di più i dem - i più accesi sostenitori del Meccanismo europeo di stabilità - già irritati, e molto, per il diktat dello stesso Di Maio sullo stop alla prescrizione, la terza mina, un'altra legge-bandiera per i grillini che deve entrare in vigore il 1* gennaio. Uno stop che il Pd ritiene non possa essere disgiunto da un parallelo intervento legislativo per accorciare la durata dei processi. Ma Di Maio va avanti come un treno: "La nostra riforma diventa legge dal 1* gennaio. Su questo non discutiamo, Se il Pd vuol votare una legge con Salvini e Berlusconi per tornare alla prescrizione com'era ideata da Berlusconi sarà un Nazareno 2.0, ma non credo avverrà". Parole che hanno fatto infuriare i Dem che hanno parlato di "ricatto", un "ricatto" che potrebbe portare dritti dritti alla crisi e alle elezioni, atteso che - ha ammonito Delrio - il Pd non teme il voto. Questa è la fotografia degli attuali rapporti tra i grillini e il Pd. Se poi a questo quadro sfilacciato dei rapporti interni alla maggioranza si aggiunge il fatto che anche Renzi è sul piede di guerra contro i grillini sullo stesso tema e si è detto pronto a votare un testo sulla giustizia presentato da Forza Italia, si capisce quanto il governo sia in bilico e quanto poco Conte - il serafico premier che neanche oggi vede rischi per il suo esecutivo ed incassa nuovi complimenti da Trump durante il vertice Nato - possa star tranquillo nella ricerca di una sintesi tra posizioni che appaiono oggettivamente inconciliabili.

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