L'Italia che affonda, bye bye acciaio... ovvero: avanti popolo, verso la decrescita infelice

. Economia

E fuori un altro... A rischio ora ci sono oltre 10mila (dicasi DIECIMILA) posti di lavoro. Il colosso mondiale del settore acciaio, ArcelorMittal, ha notificato ai commissari straordinari di Ilva (in poche parole all'Italia e agli italiani) la volontà di rescindere "l'accordo per l'affitto e il successivo acquisto condizionato di Ilva Spa e di alcune controllate, a cui è stata data esecuzione il 31 ottobre 2018". Il tutto per la felicità dei profeti della italica decrescita: il guru picchiatello e il sempre ilare e azzimato capo politico e pluriministro. Domenica Quest'ultimo reduce dalla appena riconfermata volontà di azzerare per il futuro ogni attività commerciale domenica e festivi. Intanto, si lavora di brutto per fare fallire e mettere Alitalia sul groppone dei contribuenti e poi magari per far chiudere Eni ed Enel impegnate nel 'deleterio' settore energia o Leonardo-ex Finmeccanica 'atroce' protagonista della produzione nei settori difesa e aerospazio... Scudo Ma per tornare al clamoroso annuncio del gruppo euro-indiano della siderurgia bisogna fare qualche passo indietro. Nel 2015 il governo di Matteo Renzi aveva creato uno "scudo penale" fino al 2023 per chi, alla guida dell'Ilva (commissari prima ed eventuali acquirenti poi), avesse condotto in porto il Piano di risanamento ambientale dello stabilimento di Taranto, che tanti danni aveva creato nel tempo alla città pugliese. Il governo M5s/Lega (Conte 1) stabilì su impulso grillino di limitare fortemente tale protezione legale, anche se la multinazionale ha sempre ritenuto l'immunità condizione necessaria per rilevare lo stabilimento. Diktat Con l'ultimo decreto Crescita del nuovo esecutivo giallorosso (Conte 2), lo scudo sia pure depotenziato è stato alla fine definitivamente cancellato per il diktat sconsiderato di 17 senatori pentastellati. Si giunge così all'epilogo, con ArcelorMittal che si ritira, in termini tecnici "recede dal contratto". Ma nella direzione della chiusura degli impianti e della disoccupazione per miglia di lavoratori non poteva mancare lo zampino della magistratura, onnipresente nelle vicende del Belpaese. Seconda causa di rescissione, secondo ArcelorMittal, la decisione del Tribunale penale di Taranto di obbligo al completamento di talune prescrizioni del progetto di risanamento entro il 13 dicembre 2019. Termine ritenuto "impossibile da rispettare, pena lo spegnimento dell'altoforno numero 2", ovvero il blocco della produzione che "renderebbe impossibile" per la multinazionale "attuare il suo piano industriale, gestire lo stabilimento di Taranto e, in generale, eseguire il contratto". Investimenti ArcelorMittal si era impegnata a realizzare investimenti ambientali per 1,1 miliardi di euro e in parallelo investimenti produttivi per 1,2 miliardi e a pagare alla ex Ilva, dopo il periodo di affitto, una consistente buonuscita. In attesa di completare gli interventi di risanamento, ArcelorMittal era stata autorizzata a produrre nell'impianto pugliese 6 milioni di tonnellate di acciaio, ma la "situazione di incertezza giuridica e operativa" collegata con la crisi internazionale aveva determinato una stima al ribasso a circa 4,5 milioni, con forti inevitabili forti perdite (si parla di 2 milioni di euro al giorno) in parallelo alla assurda vicenda politico-legislativa.

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