Oltre Salvini il voto del Senato, in gioco il confine tra politica-magistratura

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Il voto del Senato sull'autorizzazione a procedere richiesta dal Tribunale di Catania finisce per travalicare la persona di Salvini ed il suo eventuale reato di sequestro di persona, in relazione alla vicenda della nave Diciotti, per investire alle sue radici l'ormai annoso problema dei rapporti o meglio dei confini, in questa occasione, tra politica e magistratura, Lo stesso Tribunale dei ministri di Catania, contraddicendo la procura che aveva chiesto l'archiviazione (quindi nella stessa magistratura i pareri non sono concordi), chiede di potere processare Salvini, valutando politicamente se esista o meno l'interesse pubblico sul caso dello sbarco dei migranti. Insomma si torna al problema se effettivamente l'Italia sia una sorta di "democrazia giudiziaria", dove l'ultima parola spetti comunque alle magistrature e non al governo. Quali sono i confini? Cosa dice la Costituzione? Cosa dicono Salvini e i 5 Stelle e cosa dicono i magistrati che vogliono andare a processo? Salvini sostiene di aver agito nel pieno rispetto del suo mandato di servizio e d'accordo con l'intero governo. Cosa confermata dai 5 Stelle. "La valutazione del Senato - spiega Salvini - e' legata a due requisiti, la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ed il preminente interesse pubblico". Salvini invoca l'articolo 96 della Costituzione, quello che prevede per un giudizio su un ministro l'autorizzazione della Camera di appartenenza, anche se avesse cessato le sue funzioni. Poi naturalmente c'e' l'articolo 68 quello che stabilisce l'immunità, ovvero il fatto che i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Estensivamente, ma come si sa la nostra Costituzione da' adito a diverse interpretazioni, anche agli atti svolti come membro del governo. Il costituente aveva inteso separare i tre poteri, politico, parlamentare e giudiziario per evitare e prevenire derive illiberali. Ma voleva comunque che i confini fossero ben definiti senza invasioni di campo. Cosa che invece succede a partire dal '92 con Tangentopoli dove almeno una parte della magistratura ideologizzata a sinistra si e' inserita negli spazi lasciati vuoti dalla politica. Solo che per esempio durante l'era Berlusconi le accuse per l'ex premier riguardavano reati comuni come corruzione o falso in bilancio, ora invece la questione e' ben diversa, gli eventuali reati riguardano una sfera tutta politica. E se la polita abdicherà al suo ruolo, per le sue divisioni interne, lascerà campo libero anche a future incursioni. Da parte sua la magistratura, quella che vuole processare Salvini, si ritiene nel giusto e con Caselli dice che "il primato della politica non e' assoluto". Caselli si richiama all'articolo 1 della Costituzione: "La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Significa per l'alto magistrato affermare la necessita' in ogni potere democratico, di limii prestabiliti e l'esistenza di una "sfera non cedibile", quella della dignità e dei diritti di tutti (tutti!). Altro principio generale invocato da Caselli e' la costante di quella che deve essere un'attività interpretativa, ovvero come va valutata la "tutela di un interesse pubblico". Sono concetti generici e la valutazione può anche cambiare a seconda dei tempi e del contesto, basti pensare ad altri temi come il buon costume, l'onore, il prestigio, la sicurezza ed il giustificato motivo. Come si vede un oceano divide le diverse impostazioni, certo e' che il prossimo voto del Senato segnerà una pietra migliare per stabilire quali sono i confini. Sulla vicenda e' intervenuto anche Luciano Violante che spiega come questa volta non e' il solito conflitto tra giustizia e magistratura. E rileva come non c'entri il paragone con Berlusconi. "Qui lo scontro e' tutto tra Di Maio e Salvini". E spiega: "La legge sui reati contestati ai ministri prevede che la Camera di appartenza possa bloccare il corso del processo se riconosce che esista  una causa di giustificazione, se il suo gesto risponda a un interesse politico generale. Quindi, in questo caso, si vota perché il processo si blocchi. Chi invece non riconosce la causa di giustificazione vota perché il processo vada avanti e quindi non condivide la politica del ministro. Naturalmente votare perché il processo prosegua non vuol dire votare per la condanna. Vuol dire che non c'e' causa di giustificazione, Poi Salvini potrebbe essere assolto". La lucida analisi di Violante mette in evidenza come i rapporti tra Lega e M5s difficilmente non potrebbero risentire di un eventuale voto favorevole al processo di Di Maio e compagni. In queste ore i pentastellati, con Di Battista, che a sorpresa sembra propendere per votare no all'autorizzazione, devono decidere sul voto e forse anche se indirettamente sull'alleanza con Salvini. 

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