Camerun, Biya confermato presidente per la settima volta. Proteste di opposizione e minoranza anglofona

. Esteri

Paul Biya si conferma per la settima volta presidente del Camerun. Il Consiglio costituzionale ha reso noti i risultati definitivi delle elezioni presidenziali dello scorso 7 ottobre, che assegnano all'85enne leader del Movimento Democratico del Popolo Camerunese il 71,28%. Un'elezione a valanga contestata però dall'opposizione e dai gruppi secessionisti presenti nelle aree anglofone del paese, fortemente repressi dal governo di Yaoundé. Biya è al potere ininterrottamente dal 1982, alla guida del paese dell'Africa equatoriale nato con la spartizione tra Francia e Inghilterra delle ex colonie tedesche dopo la prima guerra mondiale. I quattro quinti della popolazione sono francofoni, mentre l'inglese prevale nelle due regioni confinanti con la Nigeria. La parte nord del paese è attraversata dall'azione terroristica del gruppo islamista Boko Haram. Il Camerun ha seguito i programmi della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale per ridurre la povertà e aumentare la crescita economica, in un paese fondamentalmente agricolo e quindi vulnerabile alle fluttuazioni a livello internazionale dei prezzi di prodotti come banane, cacao, olio di palma, caffè, zucchero e tabacco. Biya, soprannominato la "Sfinge", viene anche definito dai suoi avversari "il presidente assente", per le lunghe permanenze fuori dal paese - specialmente in Svizzera - per visite private, sempre accompagnato dalla 'première dame' Chantal, ambasciatrice di "Buona Volontà" dell'Unesco e grande tifosa di ciclismo. Amnesty International ha denunciato numerose violazioni dei diritti umani e sul voto il giudizio delle opposizioni è perentorio: "Si può parlare di tutto, tranne che di un'elezione...", sostiene Joshua Osih, leader del Fronte socialdemocratico, mentre Maurice Kamto arrivato secondo con il 14,23%, conquistando la gran parte dei consensi a Douala - città sul golfo di Guinea, capitale economica e maggiore agglomerato urbano del paese - aveva in un primo momento rivendicato a sé la vittoria. "Non vogliamo disordini nel nostro paese, non vogliamo violenza e caos - sostiene la nota attivista, Kah Walla -, ma ciò che è chiaro è che non ci ritireremo in nome di una presunta concordia inventata dal presidente Biya".

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