Africa: anche Nkurunziza (Burundi) nel club dei presidenti inamovibili

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Una vera e propria "fame" di potere sembra essere il tratto caratteristico di molti leder africani, che in questi anni una volta eletti si sono poi industriati per rimanere in sella più a lungo dei termini previsti, dal Congo al Camerun, dall'Uganda al Gabon e al Togo. Ultimo arrivato nel 'club' dei presidenti inamovibili è Pierre Nkurunziza, capo di Stato del Burundi, piccolo paese nel cuore del continente nella regione dei Grandi Laghi, prima colonia tedesca e poi belga, indipendente dal 1962. Nkurunziza ha sottoposto a referendum il 18 maggio la modifica della costituzione, che gli consentirà di restare al potere fino al 2034. Gli elettori si sono recati in massa alle urne, con una partecipazione del 96%, e il 73% ha votato "sì" agli emendamenti che consentiranno al presidente, alla scadenza del suo attuale mandato nel 2020, di candidarsi per altri due settennati. L'opposizione aveva invitato al boicottaggio della consultazione, come aveva già fatto in occasione delle ultime presidenziali del 2015 quando, specie nella capitale Bujumbura, ci furono manifestazioni e scontri con la polizia e con la milizia giovanile del partito al potere, gli Imbonerakure. Seguì una dura repressione: omicidi, arresti, sparizioni, radio e giornali chiusi. Nkurunziza aveva compiuto una forzatura, candidandosi per un terzo mandato - rispetto ai due quinquennali previsti dalla Carta - sostenendo che il primo gli era stato conferito dal Parlamento e non dagli elettori, come accaduto nel 2010. Ex leader di una formazione guerrigliera trasformata in partito - il Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia (CNDD-FDD) - Nkurunziza era entrato in carica nel 2005, dopo l'accordo di pace che pose fine alla guerra civile tra il suo gruppo etnico gli Hutu, maggioritario ma emarginato, e quello dominante i Tutsi, in analogia con quanto accaduto con modalità ancor più sanguinose negli anni Novanta nel confinante Ruanda. Pressato dalla giustizia internazionale il Burundi - considerato uno dei 5 paesi più poveri del mondo - ha abbandonato nel 2016 per volontà di Nkurunziza la Corte Penale Internazionale, che aveva aperto un'indagine preliminare per violazione dei diritti umani.

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