Salute: gli antibiotici ci salvano la vita, ma usiamoli bene

. Cronaca

Ogni anno nel mondo circa 700.000 decessi sono causati dall'antibiotico-resistenza: l'uso smodato degli antibiotici infatti ha vanificato i loro effetti e reso i batteri più resistenti, con un trend in continua crescita e costi sempre più elevati. Di questo grave problema si parla questa settimana nell'appuntamento mondiale dell'antimicrobico-resistenza e Sabato 18 sarà la giornata europea dedicata alla consapevolezza antibiotica. Serve un uso prudente degli antibiotici, che restano uno degli strumenti principali a nostra disposizione per combattere gravi infezioni. Le loro capacità di guarigione hanno sicuramente garantito un miglioramento dell’aspettativa di vita, ma le ampie fasce di popolazione che vivono per lungo tempo con un sistema immunitario non ottimale vedono aumentato il rischio infettivo  “Gli antibiotici sono dei farmaci che permettono di salvare numerose vite umane” spiega Pier Luigi Viale, consigliere Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali). “La loro utilità è in costante crescita da 80 anni a questa parte; oggi possono aiutare a trattare e a risolvere anche una serie di problematiche estremamente complesse della medicina moderna, come trapianti, tumori, chirurgia avanzata, l’aumento della sopravvivenza di tante categorie di pazienti. Tuttavia - afferma - la loro efficacia è sempre minore a causa dell’uso smodato che ne viene fatto”. Il problema dell’antibiotico resistenza ha una portata globale e potenzialità enormemente gravi. “Bisogna affrontarlo in maniera decisa con diverse strategie” ammonisce Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità. “Da una parte si deve limitare l’abuso di antibiotici nel mondo animale: ciò garantirebbe un effetto di contenimento delle resistenze anche tra gli esseri umani. Dall’altra bisogna affrontare il problema direttamente nelle comunità umane, sia in ambito ospedaliero che nella società”. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante, in quanto è necessario impedire l’auto-somministrazione di antibiotici ed evitare un uso spropositato di alcune molecole che andrebbero riservate esclusivamente all’uso ospedaliero. L’ospedale è già di per sé un luogo di amplificazione dell’antibiotico resistenza, specialmente in alcuni reparti dove ci sono i pazienti più fragili e sottoposti a terapie invasive. Inoltre è fondamentale adottare tutte quelle misure preventive, a partire dal lavaggio delle mani, che permettono di limitare la diffusione dei ceppi antibiotico resistenti. “Esiste una forte correlazione tra le malattie che si possono contrarre in ospedale e l’uso smodato che spesso si fa degli antibiotici” dichiara Marco Tinelli, della direzione nazionale Simit. “Purtroppo infatti è in corso un’escalation delle resistenze e ogni volta si utilizzano antibiotici di livello più elevato, vanificando l’uso di molte molecole. Si arriva talvolta all’associazione di più antibiotici per debellare una patologia. Il rischio è che i risultati di ricerche di molti anni svaniscano in pochi mesi”. Per affrontare il problema è assolutamente indispensabile fare rete. Specialisti, Istituto Superiore di Sanità e Ministero della Salute sono già al lavoro per favorire queste sinergie. “Ci deve essere una forte iniziativa di formazione, una decisa aderenza di tutto il personale sanitario e la consapevolezza della popolazione per arrivare a un uso consapevole degli antibiotici” conclude Tinelli.

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L'infettivologo” aggiunge il prof. Massimo Galli, presidente Simit “è la figura professionale in ambito medico a cui competono le seguenti funzioni. Deve suggerire le modalità generali di impiego clinico degli antibiotici; definire le strategie terapeutiche nei casi di maggior complessità; indicare l'uso, in caso di necessità, delle molecole di ultima generazione per contenere il rischio e facilitare la rapida individuazione di nuovi fenomeni di resistenza. La sua presenza negli ospedali e come consulente a livello territoriale va implementata, a garanzia di una possibile inversione della tendenza che ci vede oggi tra i paesi europei in cui la resistenza antimicrobica è più diffusa”.

 
 

 
 
 
 
 
 

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