Totò Riina ha diritto a morire con dignità, la Cassazione 'apre' al capo di Cosa Nostra

. Cronaca

A pochi giorni dal 25/mo anniversario della strage di Capaci, la più terribile tra quelle a lui attribuite, Totò Riina, l'ex-capo di Cosa Nostra, grazie ad un pronunciamento della Cassazione può sperare nei domiciliari. Rinchiuso nel carcere di Parma, ottantaseienne e affetto da gravissime patologie, Riina si è visto accogliere per la prima volta il ricorso presentato dai suoi legali per il differimento della pena, o in subordine per ottenere i domiciliari, in base al criterio che anche i detenuti, in presenza di gravi malattie, hanno diritto a "morire dignitosamente". Ora tocca al tribunale di sorveglianza di Bologna decidere se tener conto di questa sentenza della Cassazione o bocciare ancora una volta il ricorso di Riina. Accusato di cinque stragi e di un paio di centinaia di omicidi come mandante, l'ex-capo di Cosa Nostra ora può almeno sperare: i giudici di Bologna dovranno valutare di nuovo - spiega la Cassazione - come si concilia "il mantenimento in carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa", che non riesce a stare seduto ed è esposto "in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili".  La prima sezione penale della Cassazione ha quindi accolto il ricorso del difensore di Totò Riina, che chiede il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare. La richiesta (si legge nella sentenza 27.766, relativa all'udienza del 22 marzo scorso) era stata respinta lo scorso anno dal tribunale di sorveglianza di Bologna, che però, secondo la Cassazione, nel motivare il diniego aveva omesso "di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue condizioni generali di scadimento fisico". Il tribunale non aveva ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l'infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. Ma la Cassazione, ferma restando l'altissima pericolosità e l'indiscusso spessore criminale del soggetto, ha sottolineato che il giudice deve verificare e motivare "se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un'afflizione di tale intensità" da andare oltre la "legittima esecuzione di una pena".

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